Processo a Matteo Cagnoni per l'omicidio Ballestri: giornata campale della difesa che dà battaglia

Mercoledì 11 Ottobre 2017
Matteo Cagnoni fra i suoi legali, sempre concentrato sulle carte e impegnato a prendere appunti

Gli avvocati dell'imputato chiedono prima l'esclusione delle parti civili poi ammesse dalla Corte, di spostare la sede del processo e di escludere le intercettazioni e l'autopsia. Fissato il calendario delle udienze a partire dal 3 novembre

Nella prima giornata di udienza - iedi martedì 10 ottobre - nell’aula della Corte di Assise del Tribunale di Ravenna, i difensori di Matteo Cagnoni sono partiti all’attacco e se il buongiorno, come recita il proverbio, si vede dal mattino, gli avvocati Francesco Dalaiti e Giovanni Trombini del foro di Bologna, hanno fatto capire da subito che è loro intenzione dare battaglia. Del resto la posta in gioco è altissima: il loro assistito - il noto professionista Cagnoni - imputato dell’omicidio della moglie Giulia Ballestri, trovata un anno fa barbaramente assassinata nella villa di famiglia in via Genocchi, da tempo disabitata, rischia l’ergastolo per le aggravanti contestate della premeditazione e della crudeltà.


Il dibattimento iniziato poco dopo le 9 di ieri si è protratto con qualche interruzione fino alle 18 ed è stato aggiornato al 26 ottobre. Ma andiamo con ordine. L'udienza si svolge sotto i riflettori delle tv e davanti ad un pubblico numeroso soprattutto nella mattinata. Un pubblico eterogeneo, anche se quasi prevalentemente femminile. Si riconoscono fra le altre, l’Assessora Ouidad Bakkali (il Comune è fra le parti civili del processo), la legale rappresentante dell’Udi di Ravenna (anch’essa parte civile) Lia Randi, Barbara Panizza di Linea Rosa e la giornalista Carla Baroncelli della Casa delle donne di via Maggiore.

Ci sono anche alcuni studenti universitari iscritti alla facoltà di legge, persone che conoscevano la vittima e anche il presunto autore del suo femminicidio. Non mancano ovviamente i semplici curiosi attirati dall’attenzione mediatica che ha, fin dall’inizio, accompagnato tutta la vicenda.

Quando la Corte composta dai sei giudici popolari e dai due togati il presidente Corrado Schiaretti e il giudice a latere Andrea Galanti fa il suo ingresso, il colpo d’occhio offre un’aula piena. All’imputato viene concesso il permesso assistere al processo accanto ai suoi avvocati e per tutta l’udienza ascolterà con attenzione, prendendo appunti.

 

LA BATTAGLIA SULL'AMMISSIONE DELLE PARTI CIVILI  

La prima parte della mattinata è quasi interamente dedicata alle parti civili. L’avvocata Antonella Monteleone presenta la richiesta di costituzione dell’associazione Dalla parte dei minori. In realtà si tratta del secondo tentativo di fare entrare l’associazione di volontariato nel processo, visto che il primo era stato respinto dal giudice per l’udienza preliminare. Ed è proprio sulle parti civili che il collegio di difesa dell’imputato sferra la sua prima offensiva. L’avvocato Francesco Dalaiti non solo si oppone alla nuova richiesta di costituzione ma anche a quelle già di fatto acquisite di Udi, Linea Rosa e Comune di Ravenna. Il difensore afferma che “Il reato contestato non lede le associazioni”, né tantomeno la “comunità ravennate” rappresentata dal Comune. La costituzioni di Comune, Linea Rosa, Udi e dell’associazione Dalla parte dei minori, dice il legale “rischiano egoisticamente di privare del giusto ristoro le reali persone offese” (ovvero i familiari e i figli della vittima).

Tocca quindi ai legali di parte civile, l’avvocato Enrico Baldrati del Comune, le avvocate Sonia Lama e Cristina Magnani rispettivamente per conto di Udi e Linea Rosa e appunto l’avvocata Monteleone per l’associazione Dalla parte dei minori replicare ai difensori di Cagnoni, spiegando perché è loro diritto restare dentro il processo.

Oltre agli inevitabili riferimenti giuridici, si citano la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica firmata ad Istanbul l'11 maggio 2011 e ratificata dall’Italia due anni dopo, l’evoluzione del codice civile e il dato ormai acquisito della presenza di associazioni, sindacati nelle aule giudiziarie come parti civili nei processi.

Il Procuratore Alessandro Mancini che insieme al sostituto procuratore Cristina D’Aniello riveste il ruolo della pubblica accusa, dichiara di non opporsi: Comune, Udi, Linea Rosa non vanno estromesse dal dibattimento.

Lo stesso fa l’avvocato Giovanni Scudellari che tutela le uniche parti civili che secondo i difensori dell’imputato hanno diritto di rimanere nel processo: i genitori della vittima, il fratello che si è anche costituito in proprio per conto dei tre figli di Giulia Ballestri e Matteo Cagnoni.

Proprio pensando a questi tre bambini, nei confronti dei quali dice di nutrire l’utopia che possano rimanere in un mondo spensierato, che l’avvocato Scudellari si appella alla sensibilità della Corte: l’obiettivo è quello di evitare loro le ulteriori e inevitabili crudeltà che un dibattimento processuale finisce inevitabilmente per riservare.

La Corte esce dall’aula per entrare in Camera di consiglio ne uscirà circa due ore dopo, il tempo necessario per motivare, in maniera articolata, la sua decisione di respingere le richieste della difesa di Cagnoni e confermare le parti civili già accettate dal giudice dell’udienza preliminare e accogliere la richiesta della nuova costituzione. Ma anche per stilare una sorta di decalogo di comportamento per fotografi e operatori delle tv che dovranno appunto attenersi a una serie di regole.

 

LA MOSSA A SORPRESA: LEGITIMA SUSPICIONE, CASSAZIONE, SOSPENSIONE

A questo punto arriva la mossa a sorpresa della difesa che consegna alla Corte, alle parti civili e ai Pm un corposo dossier in cui viene formulata alla Suprema corte di Cassazione la richiesta di rimessione del processo per legitima suspicione. Circa trecento facciate, di cui due terzi composte da fotocopie di articoli soprattutto dei due quotidiani locali su carta. La tesi della difesa è: la campagna dei media a senso unico condotta fin qui ha già di fatto espresso una sentenza di condanna e pregiudica il sereno svolgimento del processo, tanto da renderne necessario lo svolgimento in un’altra sede.

In attesa della decisione della Cassazione, sostiene l’avvocato Trombini, il processo deve essere sospeso. Pm e parti civili non sono d’accordo: il dibattimento deve continuare. Anche la Corte la penserà allo stesso modo. Poco più di un’ora di camera di consiglio bastano per rilevare che non esistono i presupposti per la sospensione obbligatoria del procedimento. L’istanza verrà quindi trasmessa alla Suprema Corte che dovrà decidere in merito dell’eventuale trasferimento della sede del processo, pm e parti civili avranno tempo sette giorni per allegare anche le loro memorie alla documentazione, ma intanto il processo andrà avanti.

 

IL PROCESSO VA AVANTI

La parola passa nuovamente all’avvocato Trombini che pone la questione in questo caso già annunciata delle eccezioni di nullità e inammissibilità di alcuni atti di indagine. In particolare, secondo il difensore dell’imputato, alcune prove non sarebbero state acquisite correttamente. Nel mirino le intercettazioni telefoniche, l’autopsia della vittima e l’esame del contenuto gastrico per stabilirne l’ora della morte.

Insinuazioni respinte al mittente dal Pm Cristina D’Aniello che difende il lavoro degli investigatori e della procura in un articolato intervento in cui ribadisce che il faro che li ha mossi in tutte le fasi dell’inchiesta è il diritto.

Che cosa deciderà a questo proposito la Corte lo sapremo però solo il 26 ottobre: alle 18 il presidente della Corte decide di aggiornare il dibattimento a quella data. C’è tempo comunque per stilare un sommario calendario del processo vero e proprio che riprenderà a partire dal 3 novembre, quando in aula saranno sentiti i primi testimoni, e si svolgerà tutti i venerdì fino alla fine dell’anno.

A cura di Ro. Em.



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